Trovare il proprio perché: metodi e strategie

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Trovare il proprio perché: metodi e strategie

C'è stato un momento particolarmente difficile della mia carriera in cui ho dovuto ripartire, se non da zero, quasi: ed è stato proprio il mio perché a darmi la spinta ad affrontare in maniera costruttiva quella situazione, perché per quanto fosse complicata, è stata comunque quella difficoltà a permettermi di identificare meglio qual è la mia motivazione e di rimettermi in discussione.

Il perché non è solamente una specie di esercizio filosofico, ma è proprio una leva che possiamo utilizzare per andare avanti nei momenti difficili, perché è sapere qual è il nostro scopo a darci la benzina necessaria per proseguire, e questo vale per chiunque svolga un lavoro in cui creda davvero.

Perché questo tema conta

Ne ho già parlato altrove, quando abbiamo visto l'importanza di trovare e capire qual è la motivazione che ci spinge a fare il nostro lavoro e, in quell'occasione, tra le altre cose abbiamo anche iniziato a discutere alcuni modi importanti per aiutarci a comprendere meglio quale sia il nostro perché e come trovarlo.

Oggi vediamo altre strade per arrivarci, cosa che sicuramente ci aiuta a svolgere in maniera più leggera, più organizzata e più definita il nostro lavoro: per me trovare il perché dietro le cose è fondamentale, ed è fondamentale, in generale, anche per aiutarci a differenziare la nostra offerta.

Infatti, una parte del mio lavoro come consulente per la differenziazione online è quello di partire, come prima cosa, proprio dal purpose, dalla propria motivazione, perché da quello dobbiamo muoverci per svolgere la nostra professione e poi, operativamente, per distinguerci da tutti i concorrenti diretti e indiretti: si capisce quindi che il nostro perché è una cosa importante, e la prima cosa da fare è cercare di rispondere alla domanda «perché facciamo quello che facciamo?». Ma prima un paio di riflessioni.

Il perché non si inventa, si scopre

Prima di vedere come trovarlo, però, c'è una cosa da chiarire: il nostro scopo non si inventa ma si scopre, non è qualcosa di aspirazionale ma è qualcosa che già siamo naturalmente quando siamo al meglio della nostra possibilità, ed è per questo che nessuno può costruirselo a tavolino come si costruisce uno slogan.

Si potrebbe obiettare che non tutti hanno la fortuna di avere un perché già dentro di sé, e che per molte persone il lavoro è semplicemente un mezzo per pagare le bollette. Questo è vero, e infatti non è detto che tutti si debbano realizzare come persona attraverso il lavoro.

Quello che intendo io è che il lavoro può essere visto come un mezzo per realizzarsi e allora, in questo caso, ha senso chiedersi perché facciamo quello che facciamo. Naturalmente, però, come dicevo prima, ci sono mille altri modi per realizzarsi, anche al di fuori del lavoro. L'importante è realizzare se stessi come esseri umani, poi quale mezzo scegliamo è secondario.

Quanto poi al fatto che non tutti abbiamo un perché, ecco, su questo in realtà ce ne sarebbe da parlare, perché in realtà, secondo me, tutti abbiamo un perché. Facciamo quello che facciamo. Magari non ce lo siamo mai chiesto, magari non è chiaro, però comunque c'è sia che si parli di lavoro sia che si parli di tempo libero.

Una conferma di questo principio arriva dalla lingua stessa: per alcuni il perché potrebbe coincidere con la propria passione, e la parola «passione» deriva dal termine latino che indica sofferenza, sacrificio, e quindi indica ciò per cui noi continuiamo a lavorare anche se questa cosa ci mette in difficoltà, ci crea fatica, perché sappiamo che il lavoro che facciamo è volto a un miglioramento. E qui arriviamo al secondo punto.

Il perché guarda fuori da noi

C'è poi una seconda caratteristica da aggiungere alla prima: quel miglioramento non riguarda solo le nostre condizioni personali ma è un miglioramento generale, un miglioramento del mondo, e questo cambia completamente il modo in cui dobbiamo impostare la ricerca del nostro scopo.

Il perché, quindi, non dovrebbe essere qualcosa che ha solamente a che fare con noi, con la nostra azienda, con la nostra famiglia e in generale con il nostro piccolo giardinetto, ma dovrebbe essere qualcosa che nasce e si sviluppa dal desiderio di migliorare qualcosa fuori da noi; abbiamo visto nel mondo qualcosa che non andava e che, attraverso il nostro lavoro, la nostra personalità, i nostri talenti e il nostro modo di operare, possiamo risolvere.

I tre passi per capire il proprio perché

Chiarito questo, passiamo al concreto: una volta compresi questi due principi, possiamo fare tre passi per capire qual è il nostro scopo, tre domande da porsi in sequenza che ci portano dalla riflessione più generale fino all'individuazione precisa del contributo che possiamo dare con la nostra professionalità.

Per trovare il nostro perché chiediamoci perché facciamo quello che facciamo

Il primo passo è chiedersi esplicitamente perché facciamo quello che facciamo: tutti sappiamo che cosa facciamo, che cosa vendiamo, che servizi offriamo, che prodotti proponiamo e a chi li proponiamo, ma pochissimi sanno il motivo, pochissimi se lo sono chiesti.

Capire qual è questa ragione è quello che ci aiuta, tra le altre cose, a distinguerci, perché comprendere qual è il cambiamento che vorremmo apportare nel mondo può anche modificare la nostra offerta, il nostro prodotto o i nostri servizi in un modo tale che questa configurazione ancora non è presente sul mercato.

Quale cambiamento vogliamo portare nel mondo?

La seconda cosa da fare è chiedersi quale cambiamento vogliamo vedere nel mondo attraverso il nostro lavoro: come dicevamo prima, probabilmente nel corso del tempo, nel corso della nostra storia, nel corso della nostra vita, abbiamo visto qualcosa che era fondamentalmente sbagliato, qualcosa che avremmo voluto modificare, e scoprire il nostro perché ci dà la possibilità di attuare questa trasformazione, ma prima vogliamo capire esattamente quale sia e come vorremmo applicarla attraverso la nostra professione.

Come possiamo far la differenza?

La terza leva che dobbiamo considerare, e qui serve un po' di realismo utile a non disperdere le energie, è capire in quale modo il nostro lavoro, la nostra azienda, la nostra professionalità, possa effettivamente fare la differenza e aiutare a risolvere quello che vogliamo risolvere.

Naturalmente dobbiamo essere ben consapevoli che quello che facciamo non sistemerà il problema di tutto il mondo, ma dobbiamo essere altrettanto consapevoli che noi faremo la nostra parte: è importante sapere che non lo risolveremo completamente, ed è importante sapere che daremo comunque il nostro contributo a quella questione che abbiamo bene identificato e che vogliamo affrontare per un motivo particolare.

La formula di sintesi

A questo punto cambiamo registro, perché non si tratta di un quarto passo ma del modo per condensare i tre precedenti in una frase sola: c'è infatti una formula finale che possiamo utilizzare per esplicitare il nostro perché, e potrebbe essere «fare...», e qui indichiamo che cosa vogliamo fare per migliorare il mondo, quindi il contributo che vogliamo dare, «affinché...», e poi specifichiamo l'impatto che vogliamo avere sul mondo con il nostro lavoro.

Metterla per iscritto è utile perché ci obbliga a essere precisi: finché il nostro scopo resta un'intuizione confusa nella testa possiamo raccontarci qualsiasi cosa, mentre nel momento in cui dobbiamo completare quelle due parti della formula ci accorgiamo subito se le risposte alle tre domande precedenti erano abbastanza chiare oppure no.

C'è chi potrebbe sostenere che questo processo di riflessione sia un lusso per chi ha già successo, mentre chi è agli inizi dovrebbe concentrarsi solo sui risultati immediati. In realtà, è vero il contrario: avere chiaro il proprio perché fin dall'inizio aiuta a prendere decisioni più coerenti, a scegliere i clienti giusti e a costruire una reputazione autentica, evitando di disperdere energie in direzioni casuali solo per inseguire ogni opportunità.

Conclusione

Capire qual è il perché dietro il nostro lavoro è sicuramente un elemento molto importante anzitutto per differenziarci dai nostri concorrenti diretti e indiretti, ma è soprattutto il motore primo che ci spinge a operare in maniera eccellente, e in una maniera tale che possa resistere anche agli scossoni che inevitabilmente, nel corso della nostra carriera lavorativa, verranno a scuoterci, a svegliarci e a farci capire che qualcosa probabilmente deve cambiare, o sta cambiano o è già cambiato.

Quegli scossoni sono esattamente il momento difficile da cui siamo partiti, quella ripartenza quasi da zero che raccontavo all'inizio: quando arrivano, e prima o poi arrivano per tutti, avere già chiaro il proprio perché è ciò che fa la differenza tra il fermarsi e il trovare la spinta per affrontare la situazione in maniera costruttiva, trasformando la difficoltà nell'occasione per rimettersi in discussione.

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