Come non farsi sostituire dall'intelligenza artificiale
Su questo blog abbiamo già parlato molto di intelligenza artificiale, considerando il suo utilizzo da diversi punti di vista e facendo anche alcune riflessioni: come continuare a usare il senso critico in un periodo in cui l'IA è ovunque, come sfruttarla per riproporre i nostri contenuti, come integrarla nel nostro lavoro e così via.
È innegabile che l'IA possa svolgere molti compiti che facciamo noi; io, per esempio, per il lavoro che faccio, la utilizzo moltissimo: ormai non ne potrei fare a meno, perché il suo uso si è integrato nella mia routine in maniera così profonda da diventare indispensabile.
L'avvento dell'intelligenza artificiale non è una moda passeggera destinata a sparire tra un anno o due: è qualcosa che ormai fa parte della nostra società e del nostro modo di lavorare.
Certo, non rimarrà nella forma attuale — tra qualche anno sarà diversa e farà cose diverse rispetto a oggi — ma è innegabile che avrà un ruolo nel lavoro di tutti i giorni e un impatto profondo sul mondo del lavoro.
Qualche giorno fa ascoltavo un'intervista della BBC in cui si parlava proprio di questo impatto e di come, fino ad ora, ci fosse una specie di contratto sociale: i giovani andavano a scuola, all'università, studiavano per formarsi e poi ottenere un lavoro con cui sostenersi. Con l'IA questo "contratto" viene meno, perché il ragazzo che esce dall'università porta con sé un livello base di competenze — quello che è sempre stato richiesto per entrare nel mondo del lavoro — ma questo livello base è oggi coperto dall'intelligenza artificiale stessa.
Molti ruoli junior vengono già sostituiti dall'IA, anche perché, mettendosi nei panni dell'imprenditore o del datore di lavoro, è ovvio che un chatbot costi molto meno di una persona. Ma non è solo una questione di profili junior: parlando con mia moglie, che lavora al centro per l'impiego, ragionavamo anche su come l'IA andrà a sostituire persone con grande esperienza ma che svolgono un lavoro automatizzabile — con robot o altre tecnologie.
Pensiamo a un impiegato in una fabbrica che produce scatoloni: quegli scatoloni possono essere prodotti da robot, con un risparmio notevole per l'azienda. Magari non tutto viene automatizzato, magari restano due persone a supervisionare otto robot, ma dove prima servivano dieci persone ora ne bastano due, con costi molto più contenuti.
Questo è ovviamente un discorso molto più grande che sicuramente esce dal perimetro di questo blog e che sicuramente darà forma al dibattito sociale negli anni a venire.
Qui vediamo quindi come affrontare, nel nostro piccolo e per quanto possibile, la questione da un punto di vista propositivo: non rifiutando l'IA — sarebbe inutile — ma cercando di integrarla nel nostro lavoro, lasciandole le parti più noiose o quelle che richiedono competenze fuori dal nostro attuale bagaglio, e mantenendo invece le parti in cui il valore umano è insostituibile.
Prima leva: avere chiaro il perché facciamo quello che facciamo
La prima leva è avere chiaro il perché facciamo quello che facciamo. Se lavoriamo solo per portare lo stipendio a casa, è molto probabile che l'IA sostituirà il nostro lavoro — magari non oggi, ma tra due o tre anni forse sì— perché il nostro unico scopo è estrinseco: guadagnare e mettere da parte per la pensione. In questo modo non aggiungiamo nulla rispetto a quello che potrebbe fare l'IA, e se non aggiungiamo nulla è ovvio che, nel momento in cui l'IA sarà capace di fare il nostro lavoro, lo farà al posto nostro.
Il modo migliore per aggiungere qualcosa che l'IA non può replicare è, quindi, capire cosa ci ha spinto a fare il lavoro che facciamo e quale cambiamento vorremmo portare alla società attraverso di esso. Avere coscienza di questa motivazione, di questo scopo, ci spinge a trovare modi creativi e stimolanti per aggiungere valore — un valore che l'IA non riesce a produrre perché deriva da una parte profondamente umana ed emotiva del nostro essere.
Il nostro «perché», molto probabilmente, nasce dal vedere qualcosa nel mondo che poteva essere migliorato, qualcosa di «rotto» che noi potevamo aggiustare con il nostro lavoro. Quella consapevolezza ci ha emozionati abbastanza da farne, in molti casi, la nostra carriera, e questa radice emotiva è esattamente ciò che l'IA non può avere.
Seconda leva: fare leva sulle emozioni
E qui arriviamo alla seconda leva: fare leva sulle emozioni.
L'IA, così com'è oggi, non prova emozioni, e la creatività nasce proprio dall'emozione, dall'insieme di stimoli che vengono dal mondo esterno che, incontrando la nostra persona, si combinano per dare vita a qualcosa di nuovo.
Faccio un esempio: negli anni Ottanta andava molto di moda il Glam Metal (o hair metal), una sottocorrente del metal dominata da temi come feste, ragazze e soldi, con band che si presentavano con trucchi, paillette e lustrini. La musica era tutto sommato buona, ma il tono era festoso e patinato; in risposta a questa scena musicale sono arrivati i Metallica, che hanno inventato un nuovo modo di interpretare il metal: look grezzo e sporco, musica più veloce e aggressiva, testi e messaggio completamente diversi, rivolti a un pubblico completamente diverso. I Metallica, vedendo la scena musicale di quel periodo, avevano capito che potevano cambiarla, e questa consapevolezza li aveva emozionati abbastanza da creare un nuovo genere.
È questo che l'IA non può fare: non può reagire alla realtà attuale, può creare o ricreare qualcosa che già esiste, ma non può rispondere emotivamente a qualcosa che c'è in questo momento, e non può farlo perché non ha emozioni che la spingano a reagire.
Qualcuno potrebbe sostenere che l'IA generativa più avanzata stia già iniziando a simulare risposte emotive convincenti, e che in futuro potrebbe non esserci differenza percepibile tra emozione umana e quella artificiale. Tuttavia, c'è una differenza sostanziale: l'IA simula pattern appresi dai dati, mentre gli esseri umani vivono le emozioni in risposta a esperienze dirette. Questa autenticità — il fatto che dietro la nostra creatività ci sia una vita vissuta — crea una connessione genuina con chi riceve il nostro lavoro, qualcosa che va oltre la semplice competenza tecnica. Come ho sentito dire da non ricordo chi: "l'IA è un'ottima cover band" (già che si parlava di musica).
L'IA copre soprattutto un aspetto razionale del pensiero: raccoglie dati, li confronta, può generare idee nuove, ma sempre a partire da ciò che già esiste, mai a partire da qualcosa che ancora non c'è.
Terza leva: integrare l'intelligenza artificiale senza farsi sostituire
Questo ci porta alla terza leva: integrare l'IA nel nostro lavoro senza farsi sostituire da essa. Quando parlo di usare l'IA intendo questo: a meno che non si tratti di un'area in cui non abbiamo esperienza — e quindi non possiamo avere un giudizio critico — dobbiamo trattare l'IA come un collega che ci offre idee, idee che dobbiamo valutare: alcune le rifiutiamo, alcune le accettiamo, alcune le accettiamo con riserva.
L'output dell'IA non va preso così com'è, facendo copia e incolla, ma va usato come base su cui costruire, come punto di partenza per sviluppare idee nuove.
La distinzione che facevo in precedenza è importante: sulle attività che conosciamo e su cui sappiamo come operare, possiamo portare riflessioni significative e valutare criticamente l'output dell'IA; sulle attività che non conosciamo, invece, non possiamo farlo, e in quel caso è giusto affidarsi di più allo strumento.
La scelta deliberata di utilizzare l'intelligenza artificiale
C'è un ultimo punto che voglio affrontare: fare una scelta deliberata su quando usare l'IA e quando no.
Se automaticamente deleghiamo ogni attività all'IA, è ovvio che lei la farà, ma è importante considerare il costo nascosto di questa delega: sul breve periodo guadagniamo tempo ed efficienza, certo, ma sul lungo periodo ci perdiamo qualcosa.
Se è un'attività che potremmo fare anche in autonomia — magari impiegandoci di più — il vantaggio di farla noi è che manteniamo attivo il muscolo creativo e questo è fondamentale se non vogliamo farci sostituire da una macchina sul lungo periodo.
Non propongo di abbandonare l'IA del tutto eh, propongo di non affidarle completamente un compito prendendone l'output per buono, ma di fare una parte del lavoro anche noi.
Per esempio, se devo generare idee per un'attività, ne elaboro il 50% ragionando da solo, poi faccio la stessa domanda all'IA e infine metto insieme i due risultati: vengono fuori più idee, idee diverse, cose a cui non avevo pensato, e la combinazione dei due approcci può generare qualcosa di nuovo a cui nessuno dei due, da solo, sarebbe arrivato.

