Per lavoro utilizzo moltissimo l’intelligenza artificiale, nella creazione di contenuti ma anche per lavorare meglio; l’IA ha però radicalmente cambiato il mio settore, così come tanti altri ambiti lavorativi e quindi capisco bene l’impatto profondo che ha avuto nel mondo del lavoro, proprio perché l’ho vissuto sulla mia pelle.
Avendo vissuto l’impatto negativo dell’IA sul mio lavoro, ma utilizzandola tutti i giorni (e trovandola anche molto utile), mi ritrovo in una posizione alquanto scomoda, un po’, come dire, tra l’incudine e il martello: lo strumento che uso quotidianamente e che trovo prezioso è anche quello che ha radicalmente modificato le regole del gioco di quello che ho fatto per anni come lavoro. È proprio questa contraddizione vissuta in prima persona che mi ha portato a ragionare su cosa (una delle cose, in realtà) ci permette ancora di fare la differenza: il senso critico.
Con l'IA le cose sono cambiate
A un certo punto mi sono ritrovato a dovermi reinventare, cercando di costruire il mio lavoro attorno a processi che non fossero così facilmente sostituibili dalle macchine o dagli algoritmi, ma al contempo utilizzando uno strumento completamente nuovo ed estremamente potente come, appunto, l’intelligenza artificiale, che ci permette di fare cose che prima non erano assolutamente possibili.
In passato, ho lavorato principalmente come consulente SEO e il mio compito era quello di assicurarmi che i siti e le pagine dei miei clienti fossero visibili in prima posizione o in prima pagina per le parole chiave che al cliente interessavano. Il tutto è cambiato quando la pagina dei motori di ricerca non è più stata composta solamente dai famosi dieci link blu, dalla struttura che tutti conosciamo benissimo e che è rimasta sostanzialmente inalterata per più di due decenni. Ovviamente, nel tempo, ci sono state delle modifiche, ma si è trattato di cambiamenti quasi puramente estetici, perché il cuore principale della pagina era costituito proprio quei dieci link blu.
Ora questa struttura si è modificata: sopra i risultati tradizionali, c’è una risposta generata con l’intelligenza artificiale, che in molti casi è sufficiente per rispondere alla domanda posta dall’utente, per cui non è necessario visitare i siti sulla prima pagina. Viene quindi meno l’importanza di mostrarsi tra le prime posizioni, più che altro perché sono cambiate le regole del gioco, ed è cambiato il modo in cui gli utenti interagiscono con il web e con i nuovi strumenti di IA. Non che la SEO sia sparita (anzi!), ma è proprio cambiato il modo degli utenti di interfacciarsi con Google.
Tutto questo dimostra quanto il mio lavoro sia cambiato rispetto a prima: ci sono regole completamente diverse, strumenti completamente nuovi, competitor completamente nuovi. Per cui, come dicevo, mi sono dovuto reinventare, ed è per questo che parlo di senso critico al tempo dell’intelligenza artificiale.
L’IA può benissimo fare tutto, può creare contenuti e darci spunti interessanti, ma il rischio è che prendiamo la risposta che ha generato e la usiamo come unico contenuto da condividere con i nostri utenti. Va benissimo utilizzare l’intelligenza artificiale sia chiaro, ma questa dovrebbe essere più che altro un punto di partenza piuttosto che un punto di arrivo, ed è proprio qui che entra in gioco il senso critico: prendere la risposta generata e sfruttarla come base, non come risultato finale.
Da questo principio derivano tre leve concrete su cui possiamo fare affidamento per usare al meglio il nostro senso critico anche quando lavoriamo con l’intelligenza artificiale.
Affiancarci non sostituirci
La prima leva è farci affiancare dall’IA, non sostituire, ed è un cambiamento di prospettiva molto importante: farci sostituire vuol dire che è sostanzialmente l’IA a fare il nostro lavoro e a prendere le decisioni per noi; farci affiancare, invece, vuol dire utilizzarla come un collega, un partner con cui scambiarsi idee.
In questo momento, in cui l’intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite ma è ancora una tecnologia relativamente nuova, dobbiamo fare attenzione a non affidarci troppo a uno strumento che potrebbe essere affidabile come no. Non voglio parlare delle allucinazioni (che ci sono e sono un problema), ma piuttosto del mantenere vivi quei processi cognitivi che ci permettono di usare il nostro senso critico e il nostro cervello, per valutare, ad esempio, quanto un suggerimento della IA sia corretto, appropriato e in linea con il nostro brand.
Mi viene in mente il caso di un cliente che aveva preso per buono un suggerimento di SEO dato da Chat GPT, che però non considerava cambiamenti che erano avvenuti poche settimane prima: in quel caso Chat GPT non poteva fornire la risposta corretta, semplicemente perché questa nuova informazione non era parte del suo addestramento, perché troppo recente.
Soprattutto in questa epoca, in cui abbiamo a disposizione uno strumento che virtualmente potrebbe pensare per noi, dobbiamo mantenere affilato il più possibile il nostro apparato cognitivo per non perdere quel vantaggio competitivo che ancora abbiamo.
Si potrebbe obiettare che questo approccio cauto limiti la produttività e che, in un mercato sempre più veloce, chi utilizza l’IA al massimo delle sue potenzialità senza questi “freni” otterrà risultati migliori in minor tempo. Tuttavia, la velocità fine a se stessa produce spesso contenuti generici e intercambiabili. È proprio la riflessione critica che trasforma un output standardizzato in qualcosa di distintivo e prezioso per il pubblico, generando un valore duraturo che la mera velocità non può garantire.
Per cosa usi l'intelligenza artificiale?
Se la prima leva riguarda il nostro atteggiamento verso l’IA, la seconda riguarda il tipo di attività per cui la usiamo, ovvero sfruttarla per cose che non sappiamo (o sappiamo) fare: ci sono molti modi per usare l’intelligenza artificiale e non ce n’è uno più giusto degli altri; ognuno la utilizza nella maniera che ritiene più opportuna.
Io, per esempio, la uso moltissimo per attività che non so svolgere: non so praticamente per niente sviluppare software scrivendo codice, ma l’IA ha espanso le mie capacità e se ho bisogno di un programma che faccia una cosa relativamente semplice che posso gestire in autonomia, me la posso far creare dall’intelligenza artificiale. Quanto il codice sia scritto bene o allineato con le migliori pratiche non lo so, anche perché non ho le competenze per valutarlo, ma quello che mi interessa è che funzioni.
Va benissimo però anche utilizzare l’IA per cose che già sappiamo fare: se la uso per affiancarmi su attività SEO, sulla scrittura dei contenuti o su ambiti in cui ho più esperienza, posso integrare l’output con il mio senso critico, capendo, per esempio, se un contenuto in particolare va bene, ma potrei, magari, aggiungerci alcune cose, oppure se è da rifare completamente, usando quindi ciò che l’IA ha prodotto come base sulla quale costruire qualcosa di diverso.
Qualcuno potrebbe far notare che usare l’IA per attività che non conosciamo è rischioso: come possiamo giudicare la qualità di qualcosa che non sappiamo valutare? È una preoccupazione legittima, ma la risposta sta nel definire chiaramente gli obiettivi: se il codice funziona (come per esempio nel mio caso) e risolve il problema pratico, ha raggiunto lo scopo. Per progetti complessi o critici, però, resta essenziale coinvolgere esperti del settore che possano validare il risultato prima dell’utilizzo professionale.
Tu sei irreplicabile
A questo punto entra in gioco la terza leva, quella forse più profonda: ciò che l’IA non può replicare, ovvero la nostra esperienza: fare leva sul nostro vissuto, sulle nostre competenze e sulla nostra professionalità per rendere ancora più affidabile quello che dice l’intelligenza artificiale significa utilizzare razionalmente tutto ciò che abbiamo acquisito nel corso del tempo, attraverso gli studi, il lavoro, la vita, per formare il nostro giudizio.
Queste competenze costituiscono la base dalla quale parte il senso critico che dobbiamo applicare quando creiamo o valutiamo contenuti prodotti con l’IA, e rappresentano un punto di partenza molto importante per costruire e usare il nostro giudizio in modo solido.
C’è chi sostiene che l’IA, addestrata su miliardi di dati ed esperienze collettive, possieda una “conoscenza” superiore a quella di qualsiasi singolo professionista e che quindi l’esperienza individuale conti sempre meno. In realtà, l’IA attinge da pattern statistici generali, mentre l’esperienza personale include contesto, sfumature, intuizioni e conoscenza tacita del proprio settore specifico che nessun modello può ancora replicare. Questa dimensione umana resta insostituibile per decisioni strategiche e creative di valore.
In sintesi, il senso critico non è un ostacolo all’uso dell’IA, ma il modo più intelligente per usarla. Il punto di questo contenuto non è fornirti un elenco completo di tutti i modi per applicare il senso critico con l’intelligenza artificiale, ma farti capire quanto sia utile farlo, perché è proprio attraverso il senso critico che abbiamo la possibilità di valutare in maniera più coerente e precisa quanto è appropriato un contenuto creato con l’IA.
