Personal Branding per introversi...spiegato da un introverso
Perché il personal branding conta oggi
Quando i motori di ricerca o le intelligenze artificiali cercano informazioni su un argomento, tutto ciò che esiste online è organizzato per entità: un modo per definire una cosa in modo preciso e riconoscibile. Se Google e le intelligenze artificiali non conoscono il nostro nome, non conoscono il nostro personal brand, non conoscono la nostra entità, è difficile che gli utenti possano trovarci, perché senza capire chi siamo, questi sistemi non ci mostrano ai nostri potenziali clienti.
Fare personal branding significa costruire nel tempo questa entità: è il nostro nome, è il nostro nome in correlazione ai nostri prodotti o servizi, è il nostro nome correlato a concorrenti o a persone che fanno un lavoro complementare al nostro. Sono tutte le informazioni di cui le intelligenze artificiali e Google hanno bisogno per costruire la nostra entità, e queste informazioni emergono soprattutto quando, nelle nostre attività di content marketing o comunicazione, parliamo in modo approfondito di noi stessi, dei nostri prodotti, dei nostri servizi e di tutto ciò che possiamo fare per i nostri potenziali clienti.
Fin qui, niente di nuovo (più o meno). Il problema nasce quando ci chiediamo: tutto questo vale anche per chi non è naturalmente portato all'esposizione? Vale, cioè, per gli introversi (come me)?
Definire l'introversione
La persona introversa è una persona che deriva la propria energia, la propria felicità e la propria tranquillità dalle risorse che ha internamente. Normalmente si associa una personalità estroversa a una connotazione positiva e una personalità introversa a una connotazione negativa: non si sente mai dire, a un adulto, «che bel bambino introverso!», si dice sempre «che bel bambino estroverso!». Questo esempio semplicissimo mostra come si tenda ad associare l'estroversione a una caratteristica positiva e l'introversione a una caratteristica negativa, ma ovviamente non è così.
Sono semplicemente due lati della stessa medaglia e la cosa importante è riuscire a vivere in maniera confacente alla propria natura, rimanendo equilibrati rispetto a essa. Ci sono persone che raggiungono questa realizzazione rivolgendosi all'esterno, attraverso il contatto con altre persone, e altre che raggiungono lo stesso scopo rivolgendosi all'interno: persone che hanno un mondo interno molto ricco e che, proprio per questo, non hanno bisogno di cercare all'esterno la loro tranquillità e la loro pace. Io sono una persona così, e proprio per questo penso di poter parlare con cognizione di causa di questo argomento.
Ma è davvero uno svantaggio, quando si tratta di personal branding?
Ridefinire l'introversione come punto di partenza
L'introversione non è un modo migliore o peggiore rispetto all'estroversione: è semplicemente un modo diverso di essere. Eppure, quando si parla di personal branding in generale di networking che è un aspetto importantissimo, si tende a pensare che queste attività siano appannaggio solo di persone molto comunicative o molto predisposte all'esposizione pubblica e raramente si considera che anche gli introversi possano svolgerle con efficacia, a modo loro.
Come si sposa allora questo modo diverso di essere con il mondo del personal branding? Ho individuato tre leve pratiche, ognuna pensata per trasformare una caratteristica dell'introverso da limite percepito a vantaggio reale.
1. Essere conosciuti, non famosi
L'essere famosi si associa quasi automaticamente all'estroversione: significa essere al centro dell'attenzione, ricevere conferme continue dal mondo esterno. L'introverso normalmente non cerca questo: tende a costruire il valore di sé attraverso l'autovalidazione, non attraverso il riconoscimento altrui. Quando facciamo personal branding, però, non possiamo evitare di dover essere conosciuti nel nostro settore per qualcosa, e qui sta la distinzione fondamentale: essere conosciuti è diverso dall'essere famosi.
Essere "conosciuti" vuol dire che le persone nel nostro settore sanno chi siamo, cosa diciamo, cosa facciamo, quali sono i nostri prodotti e i nostri servizi, senza che questo implichi una notorietà globale. Essere "famosi" porta con sé l'idea di essere conosciuti da tantissime persone contemporaneamente, mentre essere conosciuti ha l'accezione di una cerchia più ristretta e specifica, e questa è una dimensione molto più gestibile per l'introverso. Non servono milioni di follower: basta parlare a un pubblico specifico, anche piccolo, che abbia le caratteristiche necessarie per raggiungere i nostri obiettivi di business, costruendo così autorità e reputazione in modo autentico.
Si potrebbe obiettare che in un mercato saturo e rumoroso, una cerchia ristretta di contatti non garantisca la massa critica necessaria per generare profitti significativi. In realtà, il valore sta nella qualità del pubblico, non nella quantità: nicchie ben definite spesso pagano di più e rimangono più fedeli. Inoltre, gli algoritmi oggi premiano l'engagement profondo più della vanity metric dei follower totali, rendendo questo approccio efficace anche economicamente.
2. Pochi, ma buoni
Se il primo punto riguarda la scala — quante persone devono conoscerti — il secondo riguarda la qualità di quelle persone e del rapporto che costruisci con loro. Mentre l'estroverso dà il meglio di sé in ambienti dinamici e affollati, a contatto con tante persone contemporaneamente, l'introverso si trova a suo agio e rende al meglio in contesti ristretti, con poche persone, magari anche una sola.
Fare networking con due persone invece che con duecento non è un fallimento: per l'introverso è semplicemente il modo più efficace di costruire relazioni. Il numero inferiore di contatti è compensato dalla profondità del rapporto: un contatto con una sola persona sarà molto più approfondito, magari anche più personale, e sarà una relazione che l'introverso gestisce con maggiore facilità e autenticità. Lavorare sul proprio personal branding da introverso significa quindi fare leva su questa forza: invece di partecipare a eventi giganteschi di networking, basta stringere relazioni con poche persone, anche singolarmente, e costruire su quelle connessioni solide il proprio percorso di visibilità.
Qualcuno potrebbe affermare che questa strategia richiede troppo tempo per scalare e che, nel frattempo, i concorrenti più visibili conquisterebbero il mercato. Tuttavia, le relazioni profonde generano referral spontanei e passaparola qualificato, che sono tra i canali di acquisizione più efficienti e duraturi. Mentre i concorrenti investono budget elevati in advertising per mantenere visibilità artificiale, le connessioni autentiche lavorano per te anche quando non sei attivo.
3. Aiutare invece di vendere
Costruire relazioni profonde con poche persone porta naturalmente al terzo punto: il tipo di comunicazione che funziona per l'introverso non è quella della vendita, ma quella dell'aiuto. Vendere implica hype, energia verso l'esterno, una proiezione di sé che spesso mal si sposa con la natura introversa. Aiutare, invece, ha una dimensione diversa: significa capire i problemi interni di una persona e offrire una soluzione concreta.
L'introverso, proprio per la sua propensione all'introspezione, è spesso più capace di comprendere in profondità i problemi altrui, e questo è un vantaggio enorme nella comunicazione. Ovviamente anche l'introverso deve vendere i propri prodotti e servizi, ma il passaggio concettuale dalla vendita all'aiuto cambia radicalmente il modo in cui si comunica: invece di spingere verso l'esterno, si attrae verso di sé offrendo valore, che è esattamente ciò che l'introverso sa fare meglio.
Si potrebbe sostenere che in settori competitivi, dove la vendita aggressiva domina, un approccio basato sull'aiuto rischi di far percepire l'introverso come poco determinato o debole commercialmente. La verità è che i clienti sono sempre più stanchi di tattiche di vendita manipolative e cercano consulenti autentici. L'approccio basato sull'aiuto costruisce fiducia a lungo termine, riducendo il ciclo di vendita e aumentando il lifetime value del cliente, parametri che superano i risultati delle vendite aggressive nel lungo periodo.
Conclusione
Costruire la propria entità digitale non richiede di diventare qualcun altro: richiede di diventare, con più chiarezza, sé stessi, anche se — forse soprattutto se — si è introversi. Essere conosciuti senza dover essere famosi, costruire poche relazioni ma solide, aiutare invece di vendere: queste non sono soluzioni di ripiego rispetto a un modello pensato per gli estroversi, ma una strategia coerente con una natura diversa, che ha i suoi punti di forza e che può produrre risultati concreti e duraturi.

